giovedì 9 aprile 2026

IL NOMOS DEL PASSAGGIO: TRE FERITE, TRE LACRIME NELL'ACQUA

 

IL NOMOS DEL PASSAGGIO: TRE FERITE, TRE LACRIME NELL'ACQUA

Marco Monguzzi
Analista geopolitico e di comunicazione industriale 
— scrivo di trasparenza, tecnologia e potere
https://monguzzifairplay.blogspot.com/
Tra Bab el-Mandeb, la nave fantasma e l'Artico che si scioglie
Ci sono soglie che non si vedono. Non hanno architravi di pietra, né stipiti di legno. Sono fatte d'acqua, di correnti, di attesa. Tre di queste soglie si aprono oggi sul corpo del mondo, e tutte e tre ci pongono la stessa domanda, silenziosa e ineludibile: cosa succede quando il passaggio smette di essere un ponte e diventa un nodo, un relitto, o un ricordo?
La prima è uno stretto di ventisei chilometri: Bab el-Mandeb, la Porta delle Lacrime, dove il Mar Rosso si stringe prima di aprirsi nel Golfo di Aden. Qui, ogni giorno, scorrono 3,3 milioni di barili di petrolio e transita l'80% del volume commerciale eurasiatico, quasi il dieci per cento di tutto ciò che il mondo scambia per via mare . La seconda è una nave senza equipaggio e senza destinazione: la Arctic Metagaz, metaniera della cosiddetta flotta ombra, alla deriva nel Mediterraneo centrale dopo un'esplosione nel marzo 2026. Trasporta gas naturale liquefatto e circa novecento tonnellate di nafta, e nessuno sa con certezza quando, o dove, fermerà la sua corsa . La terza è un varco che si apre da solo: la Rotta Marittima del Nord, l'Artico che si ritira, dove le navi commerciali accorciano i tempi di traversata da trentacinque a diciotto giorni, mentre i turisti cercano di vivere la notte polare prima che il ghiaccio la renda solo un'immagine d'archivio .
Tre soglie. Tre ferite. Un solo mare. E lo stesso destino che ci attraversa: la consapevolezza che le reti globali non sono strutture fisse, ma equilibri dinamici, soggetti a pressione, a usura, a riorganizzazione.

I. Bab el-Mandeb: Il nomos del passaggio

Bab el-Mandeb. Porta delle Lacrime. Un nome che già racconta, prima ancora di comprendere. Gli antichi lo temevano per le correnti traditrici e gli scogli nascosti; oggi lo temiamo per motivi diversi, ma la sostanza non cambia: chi controlla questo varco, tiene nelle mani il polso del mondo.
Carl Schmitt, ne Il Nomos della Terra, ci ha insegnato che ogni ordine giuridico nasce da un gesto originario: la presa della terra, la prima misura, la prima divisione . Ma il potere contemporaneo non si misura più solo in ettari o confini. Si misura in passaggi. Bab el-Mandeb è un non-luogo che vale più di un continente, un vuoto d'acqua che concentra nelle sue onde l'intera architettura delle nostre interdipendenze.
Dal 28 marzo 2026, gli Houthi yemeniti alleati di Teheran hanno lanciato missili verso Israele e tenuto le dita sul grilletto dello stretto, trasformando una rotta commerciale in un'arma geopolitica . Il conteggio delle ferite d'acciaio recita: centosettantotto navi colpite, quattro inabissate, i transiti crollati del cinquantadue per cento . Gli Stati Uniti, la Francia, il Giappone hanno eretto basi su entrambe le sponde, come sentinelle di un ordine che vacilla . Ma le basi sono pietre ferme in un mare di correnti mutevoli. Gli attori non statali non occupano lo stretto: lo minacciano. E nella geopolitica contemporanea, la minaccia strutturale vale quanto il controllo fisico.
Lo stretto si trova all'estremità settentrionale della Rift Valley africana, dove la geologia si fa destino . Dopo l'apertura di Suez, è diventato il collo di bottiglia del commercio globale: nel 2018 lo hanno attraversato trentamila navi . Oggi, mentre le tariffe di trasporto sono raddoppiate e le rotte si allungano verso il Capo di Buona Speranza, i flussi non si fermano: si riorganizzano. Il petrolio russo continua a passare, le sanzioni si rivelano geografie selettive, e il nomos della terra si trasforma silenziosamente nel nomos del passaggio .
Ma se il potere sta nel dire "no" al transito, cosa accade quando il transito non è più negato, ma abbandonato a se stesso? Cosa resta del controllo quando la nave smette di rispondere?

II. La deriva della Metagaz: L'eterotopia senza ritorno

Michel Foucault, in una conferenza del 1967, individuò nella nave l'eterotopia per eccellenza: "un pezzo di spazio fluttuante, un luogo senza luogo, che vive da sé, è chiuso in sé e al tempo stesso è abbandonato all'infinito del mare. Va da porto a porto, da colonia a colonia..." . L'eterotopia è uno spazio altro, uno specchio che riflette la società mentre la contesta. Ma cosa succede quando lo specchio si incrina, quando la nave smette di andare da porto a porto e inizia a deriva?
La Arctic Metagaz è proprio questo: un'eterotopia che ha perso la sua funzione. Il 3 marzo 2026, un'esplosione probabilmente causata da un drone ucraino l'ha trasformata in un relitto fantasma. Oggi galleggia nel Mediterraneo centrale, trasportando gas liquefatto e nafta, senza equipaggio, senza comandi, senza padrone . Dopo settimane di incertezza, le correnti l'hanno spinta verso le acque libiche, sollevando l'ombra di un disastro ecologico che nessuno sa ancora come contenere . WWF e Greenpeace monitorano la situazione, mentre le autorità cercano una soluzione che tarda ad arrivare .
La Metagaz non è solo una nave: è il riflesso di un sistema che produce strumenti di cui non sa più cosa fare quando smettono di funzionare. Foucault osservava che "nelle civiltà senza barche, i sogni si inaridiscono, lo spionaggio prende il posto dell'avventura, e la polizia prende il posto dei pirati" . Oggi le barche ci sono, ma alcune sono fantasmi. Altre sono sorvegliate a vista. Altre ancora, paradossalmente, portano turisti a contemplare paesaggi che stanno scomparendo proprio grazie alla loro presenza. La Metagaz è l'eterotopia vuota: non porta merci, non porta persone, non porta sogni. Porta solo rischio. E in quel rischio, silenzioso e inarrestabile, si specchia la nostra illusione di controllo.
Perché se Bab el-Mandeb ci mostra la guerra del passaggio, la Metagaz ci mostra l'abbandono del passaggio. E se il passaggio viene meno, dove si dirige lo sguardo? Verso l'orizzonte che si apre, o verso quello che si chiude?

III. L'Artico: Lo spazio in-between che si scioglie

Hannah Arendt, riflettendo sulla condizione umana, parlava di uno spazio in-between: quel luogo relazionale dove gli esseri umani si incontrano, agiscono, e danno senso al mondo . Parlava anche di "alienazione dalla terra", quel progressivo distacco che trasforma il pianeta in una rete astratta di dati e flussi . L'Artico incarna entrambe le visioni: è il luogo dove il tempo si fa ciclo puro e, al tempo stesso, il luogo dove la geopolitica del futuro si sta scrivendo sul ghiaccio che si ritira.
Qui le piante completano il loro intero ciclo vitale in sei-dieci settimane, colorando la tundra di sfumature che sembrano appartenere a un altro pianeta . Qui la notte polare trasforma il paesaggio in un mondo di silenzio assoluto, di riverberi bianchi, di cieli stellati che non tramontano mai. E qui, paradossalmente, il turismo e il commercio si intrecciano in una danza contraddittoria: le navi della China-Europe Arctic Express, partite da Ningbo-Zhoushan nel settembre 2025, costeggiano la Siberia riducendo la traversata da trentacinque a diciotto giorni, tagliando del cinquanta per cento le emissioni rispetto a Suez . La prima nave ha già completato sette viaggi di esportazione e sette di importazione, trasportando diciassettemilacinquecento container attraverso una rotta multimodale che collega Mosca, Arkhangelsk e la Cina .
Ma c'è un paradosso che non si può ignorare: si va al Nord per ammirare la bellezza di un mondo che sta scomparendo proprio perché il riscaldamento globale lo sta rendendo accessibile. Le accoglienti dacie russe offrono riparo dal freddo, mentre i visitatori cercano di "comprendere il tempo" vivendo giornate senza sole o notti senza buio . Ogni nave che passa accelera lo scioglimento; ogni turista che arriva testimonia la perdita. L'Artico non è più una frontiera da conquistare, ma uno spazio in-between da abitare con responsabilità, un luogo dove l'accesso e la vulnerabilità sono due facce della stessa medaglia.
Arendt ci insegnerebbe a chiederci: quale politica è possibile in un luogo che si trasforma sotto i piedi? Quale azione concertata può nascere quando il terreno stesso non è più solido? La risposta, forse, sta nel riconoscere che non siamo padroni dello spazio, ma suoi ospiti. E che ogni soglia che attraversiamo ci cambia, anche quando crediamo di essere solo di passaggio.

IV. Il triangolo sospeso: Tre filosofi, un solo mare

Ora i tre fili si annodano, non come linee separate, ma come correnti nello stesso bacino. Schmitt ci ricorda che il potere nasce dalla misura dello spazio, ma oggi la misura si è spostata dalla terraferma ai varchi marittimi . Arendt ci avverte che la nostra condizione è sempre relazionale, sempre sospesa tra ciò che lasciamo e ciò che ancora non conosciamo . Foucault ci mostra che la nave è lo specchio della civiltà: quando funziona, rivela il commercio; quando minaccia, rivela la paura; quando deriva, rivela il vuoto .
Tre lenti. Una sola realtà frantumata. Bab el-Mandeb ci dice chi comanda i flussi. La Metagaz ci dice cosa succede quando i flussi si interrompono e il controllo svanisce. L'Artico ci dice che il futuro non si conquista, si attraversa. E in ogni attraversamento, c'è una scelta: vedere il mare come una strada da dominare, o come un corpo da rispettare.

Epilogo: Le tre lacrime

Torniamo al nome Bab el-Mandeb: Porta delle Lacrime. Gli antichi piangevano per i naufragi. Oggi le lacrime sono altre, e sono tre.
La prima è quella dello stretto: il pianto di chi sa che milioni di barili possono essere bloccati da un missile, da una minaccia, da un attore che tiene in scacco il mondo senza possedere un metro di costa. La seconda è quella della Metagaz: il pianto silenzioso di un mare che potrebbe essere avvelenato, di una costa che aspetta un disastro annunciato, di un sistema che produce relitti e non sa come raccoglierli. La terza è quella dell'Artico: il pianto paradossale della bellezza che si scioglie, della notte polare che si accorcia, del ciclo vegetale che accelera perché il pianeta respira affannosamente .
Tre lacrime. Tre ferite. Un solo oceano.
Bab el-Mandeb ci ricorda che la globalizzazione è una rete di nodi fragili. La Metagaz ci dice che il rischio ecologico non ha bandiera. L'Artico che si apre è la vulnerabilità strutturale: il clima cambia, le rotte si spostano, gli equilibri si ridefiniscono. E noi, in mezzo, con le nostre navi eterotopiche, con i nostri stretti sorvegliati, con i nostri ghiacci che si ritirano.
"Il nomos della terra è diventato il nomos del passaggio. E nel passaggio, l'uomo ritrova la sua condizione più antica: essere ospite, non padrone; navigante, non proprietario; fragile, non eterno."
Foucault scriveva che la nave va da porto a porto. Oggi le nostre navi vanno da crisi a crisi, da emergenza a emergenza, da soglia a soglia. E mentre il mare continua a respirare, mentre il ghiaccio continua a sciogliersi, mentre lo stretto continua a trattenere il fiato, una domanda resta sospesa nell'aria salmastra, leggera e pesante come una promessa:
Quale di queste soglie attraverseremo per primi?
E quando l'avremo attraversata, ci ricorderemo che il mare non ci appartiene? O continueremo a credere che basti una rotta, una base, una nave, a tenere insieme il mondo?
Marco Monguzzi
Analista geopolitico e di comunicazione industriale 
— scrivo di trasparenza, tecnologia e potere
https://monguzzifairplay.blogspot.com/

venerdì 20 marzo 2026

siamo nel mentre

 


Avete la sensazione che il tempo si sia dilatato? Che siamo sospesi in un "prima" che non funziona più e un "dopo" che non osa ancora nascere?

Siamo nel "Mentre". Uno spazio scomodo, dove la geopolitica, l'energia e le migrazioni non sono più compartimenti stagni, ma particelle correlate: se ne scuoti una, vibrano tutte.
📄 Pubblichiamo oggi il "Livello 1" del nostro nuovo briefing analitico.
Non è un report freddo. È un tentativo condiviso di navigare la complessità senza perdere la bussola umana.
Parliamo di:
🔹 Historical Framing: come i traumi del passato vengono usati per giustificare le crisi del presente.
🔹 Sicurezza come commodity: il passaggio dal diritto al portafoglio.
🔹 Entanglement globale: perché il prezzo del gas a New York riguarda la sicurezza di un anziano in Italia.
🌌 La nostra tesi? In un mondo di sovrapposizioni quantistiche, la nostra lucidità non è solo utile: è l'unica forza capace di far precipitare il futuro verso una forma che possiamo ancora chiamare umana.
💬 Non vogliamo avere ragione. Vogliamo non farci trovare impreparati. Il vostro feedback è parte dell'analisi.

sabato 28 febbraio 2026

Win-Win Fallito: Perché la Coppa d'Asia Racconta più di Ginevra

 Win-Win Fallito: Perché la Coppa d'Asia Racconta più di Ginevra

di Marco Monguzzi  - marzo 2026 

Dopo il troppo silenzio della "dolce Ginevra" – quella diplomazia ovattata dove non sapremo mai cosa fu realmente ascoltato o detto – resta la metafora di un incontro andato male. Tra USA e Iran, il sogno del win-win, quel compromesso dove tutti guadagnano qualcosa, è svanito nel nulla. Quando i tavoli verdi della politica si svuotano e la diplomazia fallisce, si torna alla logica primordiale dello sport, o peggio, della guerra: c'è un vincitore e un perdente. Non esistono pareggi diplomatici quando le sanzioni stringono.

I missili sfrecciano nei cieli del Golfo mentre l'Iran risponde agli attacchi USA-Israele, ma sulla Gold Coast australiana undici donne calciano un pallone. Questo contrasto stridente – tra la distruzione della guerra e la costruzione del gioco – è l'essenza della Coppa d'Asia femminile 2026. In momenti come questo, dove il potere si nasconde dietro protocolli e il gossip politico sostituisce l'analisi, lo sport offre una lente inattesa per alleggerire, senza banalizzare, la vicenda guerra. Non è solo un torneo. È il teatro dove la geopolitica va in scena senza copioni.

Il paradosso iraniano: la gabbia dorata della Gold Coast

Mentre il mondo reagisce con cautela alle notizie rimbalzate sulla salute della Guida Suprema dell'Iran, l'Ayatollah Ali Khamenei, la nazionale femminile di calcio iraniana si prepara a giocare. Domani sera la squadra Melli affronterà la Corea del Sud nella sua partita d'esordio, in uno scenario complicato dal punto di vista emotivo e politico.

Sulla Gold Coast il sole splende accecante, promettendo vacanze e surf, ma per la delegazione iraniana è una gabbia dorata. Ai giocatori e allo staff non è consentito parlare pubblicamente del regime iraniano. Quando questa mattina è trapelata la notizia sensibile, è stata una rara occasione per avere loro notizie indirette. Durante la conferenza stampa obbligatoria, dopo scambi di sguardi e parole a bassa voce con il traduttore, il responsabile dei media della Confederazione calcistica asiatica (AFC) ha invitato a "concentrarsi solo sulla partita in sé".

Ma il silenzio è assordante. Per le calciatrici iraniane il percorso per raggiungere l'Australia è stato impegnativo, dato che le proteste antigovernative si sono intensificate negli ultimi mesi. In precedenza, due giocatrici si erano ritirate dalla squadra. La consigliera locale di Sydney, di origine iraniana, Tina Kordrostami, ha dichiarato alla commissione parlamentare federale congiunta per l'intelligence e la sicurezza che persone legate al Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) – recentemente inserito nell'elenco delle organizzazioni terroristiche in Australia – potrebbero essere entrate a far parte della delegazione della squadra.

"Ciò crea una situazione impossibile", ha detto al comitato. "Da un lato, apriamo le porte allo sport, agli scambi culturali e alla diplomazia interpersonale. Dall'altro, rischiamo inavvertitamente di abilitare reti che operano all'ombra di un'entità quotata o prossima alla quotazione. Non si tratta di atleti. Si tratta dell'ecosistema che viaggia con le delegazioni statali dei regimi autoritari".

Sport Diplomacy: il soft power in calzini e scarpini

Quello a cui assistiamo sulla Gold Coast è un caso da manuale di "Sport Diplomacy", la strategia sempre più utilizzata dai governi per proiettare influenza e migliorare la propria immagine internazionale attraverso lo sport. Il calcio femminile, in particolare, è diventato uno strumento privilegiato di soft power: mostra modernità, apertura e rispetto dei diritti umani, anche quando la realtà interna dice il contrario.

Per l'Iran, partecipare a questo torneo non è solo una questione sportiva. È un messaggio calibrato alla comunità internazionale: "Esistiamo, siamo competitivi, siamo parte del mondo". Ogni passaggio di palla delle Persian Queens vale più di mille comunicati stampa del ministero degli Esteri. È la diplomazia del pallone che cerca di fare ciò che la diplomazia tradizionale ha fallito: creare ponti, normalizzare relazioni, costruire legittimità.

Ma c'è un paradosso crudele in questa strategia. Mentre i governi usano le atlete come ambasciatrici di facciata, spesso quelle stesse donne lottano per diritti elementari nei loro paesi. La "Sport Diplomacy" rischia così di diventare una forma sofisticata di sportswashing, dove le vittorie sul campo servono a cancellare le sconfitte nella tutela dei diritti umani.

Il corpo delle atlete come territorio politico

In Medio Oriente, il corpo delle donne è spesso il primo territorio conteso nelle guerre culturali. Mandare una squadra femminile in Australia non è solo una scelta sportiva per Teheran, è un messaggio politico: "Siamo normali, siamo aperti". Eppure, quelle stesse giocatrici potrebbero essere state arrestate mesi prima per non aver indossato il hijab correttamente. Il loro talento è reale, ma la loro libertà è in prestito.

Mercoledì sera l'Iran affronterà l'Australia e, salvo assenze per lutto, le giocatrici iraniane dovranno rispondere ad altre domande su cosa significheranno gli ultimi sviluppi per loro, così come per le loro famiglie e i loro amici rimasti in Iran. Proprio come la Coppa del Mondo femminile del 2023 ha offerto a paesi come la Nigeria e il Canada una piattaforma per condividere le proprie lotte per un trattamento equo, questa Coppa d'Asia potrebbe fare lo stesso per coloro che hanno il coraggio di parlare apertamente.

Il gossip come cortina fumogena: diritti e salari

C'è un filo sottile tra il gossip di palazzo teocratico e quello degli spogliatoi. Mentre i media occidentali speculano sulla salute della Guida Suprema, distogliendo l'attenzione dalle piazze di Teheran, le federazioni sportive distolgono lo sguardo dalle buste paga delle calciatrici. Il "rumore" serve a coprire il silenzio delle sostanze.

Secondo il sindacato mondiale dei giocatori FIFPro, meno di due terzi delle giocatrici in Asia si identificano come professioniste e la maggior parte guadagna meno di 14.000 dollari all'anno da questo sport. Dietro lo spettacolo di un campionato continentale si nasconde un mosaico di sistemi, risorse e avversità molto diversi.

A dicembre, i giocatori di sette dei 12 paesi in gara, tra cui l'Australia, hanno inviato una lettera all'AFC chiedendo un montepremi pari a quello del torneo maschile, nonché condizioni uguali per gli uomini. Il torneo femminile di quest'anno ha un montepremi di 1,8 milioni di dollari per le 12 squadre, lo stesso del 2022. Il torneo maschile ha un montepremi di 14,8 milioni di dollari, distribuito tra 24 squadre. Il premio femminile rappresenta appena il 12% dell'equivalente maschile.

In una dichiarazione, l'AFC ha affermato che i ricavi generati dal torneo sono "ancora in crescita", puntando a "raggiungere un punto sostenibile in cui gli aumenti dei premi in denaro siano sostenuti dal successo commerciale". Una risposta tecnica a una richiesta di giustizia sociale.

Controversie trasversali: non solo Iran

La politica dello sport non risparmia nessuno. La Corea del Sud aveva minacciato di boicottare il torneo a causa di controversie con la federazione nazionale sulle "condizioni dure e irragionevoli". Stando a quanto si dice, sono in corso delle trattative e la questione non è stata affrontata nell'ultima conferenza stampa.

L'anno scorso, molti giocatori della nazionale del Bangladesh si sono rifiutati di allenarsi con l'allenatore Peter Butler, accusandolo di comportamento inappropriato. Guidati dal capitano Sabina Khatun, i giocatori hanno dichiarato che si sarebbero ritirati se lui fosse rimasto al comando. Queste non sono semplici notizie di cronaca sportiva; sono sintomi di un sistema che fatica a trovare un equilibrio etico, proprio come la diplomazia internazionale.

Simboli e continuità: la verità del risultato

Il capitano delle Matildas, Sam Kerr, è l'unico membro ancora in attività della squadra che ha vinto la Coppa d'Asia del 2010. La sua presenza sulla Gold Coast non è solo sportiva: è un simbolo di continuità in un torneo che, per la prima volta nella storia, vede la partecipazione consolidata dell'Iran femminile.

Alla fine del torneo, una squadra alzerà la coppa. Ma mentre i cori si spegneranno sulla Gold Coast, le domande sollevate da queste donne rimarranno sospese nell'aria, più pesanti di qualsiasi trofeo. La diplomazia di Ginevra ha cercato il win-win e ha fallito, lasciando spazio al silenzio.

Il calcio, crudelmente, non conosce compromessi: il risultato è una verità binaria che non può essere negoziata. Mentre i missili continuano a solcare i cieli del Golfo e le trattative diplomatiche arrancano nel buio, sul rettangolo verde c'è solo una domanda che conta: chi ha segnato più gol? È questa la brutalità onesta dello sport, che smaschera l'ipocrisia della politica.

Se lo sport è lo specchio della società, cosa ci dice questo riflesso frammentato? Che siamo pronti a tifare per le atlete, ma non ancora a lottare per le donne. E forse, in questo fallito win-win diplomatico, è l'unica verità che non possiamo permetterci di perdere.

-mm-


Nota metodologica: Questo articolo utilizza il calcio femminile come metafora strutturale per analizzare dinamiche di potere, diplomazia e disuguaglianza, con particolare attenzione al fenomeno della "Sport Diplomacy". Le informazioni relative a notizie non confermate sulla leadership iraniana e alle tensioni militari nel Golfo sono riportate con cautela, in attesa di fonti ufficiali. I dati economici e sportivi sono verificati tramite fonti AFC e FIFPro aggiornate a febbraio 2026.

Fonti consultate:


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IL NOMOS DEL PASSAGGIO: TRE FERITE, TRE LACRIME NELL'ACQUA

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