IL NOMOS DEL PASSAGGIO: TRE FERITE, TRE LACRIME NELL'ACQUA
Marco Monguzzi
Analista geopolitico e di comunicazione industriale
Analista geopolitico e di comunicazione industriale
— scrivo di trasparenza, tecnologia e potere
https://monguzzifairplay.blogspot.com/
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Tra Bab el-Mandeb, la nave fantasma e l'Artico che si scioglie
Ci sono soglie che non si vedono. Non hanno architravi di pietra, né stipiti di legno. Sono fatte d'acqua, di correnti, di attesa. Tre di queste soglie si aprono oggi sul corpo del mondo, e tutte e tre ci pongono la stessa domanda, silenziosa e ineludibile: cosa succede quando il passaggio smette di essere un ponte e diventa un nodo, un relitto, o un ricordo?
La prima è uno stretto di ventisei chilometri: Bab el-Mandeb, la Porta delle Lacrime, dove il Mar Rosso si stringe prima di aprirsi nel Golfo di Aden. Qui, ogni giorno, scorrono 3,3 milioni di barili di petrolio e transita l'80% del volume commerciale eurasiatico, quasi il dieci per cento di tutto ciò che il mondo scambia per via mare . La seconda è una nave senza equipaggio e senza destinazione: la Arctic Metagaz, metaniera della cosiddetta flotta ombra, alla deriva nel Mediterraneo centrale dopo un'esplosione nel marzo 2026. Trasporta gas naturale liquefatto e circa novecento tonnellate di nafta, e nessuno sa con certezza quando, o dove, fermerà la sua corsa . La terza è un varco che si apre da solo: la Rotta Marittima del Nord, l'Artico che si ritira, dove le navi commerciali accorciano i tempi di traversata da trentacinque a diciotto giorni, mentre i turisti cercano di vivere la notte polare prima che il ghiaccio la renda solo un'immagine d'archivio .
Tre soglie. Tre ferite. Un solo mare. E lo stesso destino che ci attraversa: la consapevolezza che le reti globali non sono strutture fisse, ma equilibri dinamici, soggetti a pressione, a usura, a riorganizzazione.
I. Bab el-Mandeb: Il nomos del passaggio
Bab el-Mandeb. Porta delle Lacrime. Un nome che già racconta, prima ancora di comprendere. Gli antichi lo temevano per le correnti traditrici e gli scogli nascosti; oggi lo temiamo per motivi diversi, ma la sostanza non cambia: chi controlla questo varco, tiene nelle mani il polso del mondo.
Carl Schmitt, ne Il Nomos della Terra, ci ha insegnato che ogni ordine giuridico nasce da un gesto originario: la presa della terra, la prima misura, la prima divisione . Ma il potere contemporaneo non si misura più solo in ettari o confini. Si misura in passaggi. Bab el-Mandeb è un non-luogo che vale più di un continente, un vuoto d'acqua che concentra nelle sue onde l'intera architettura delle nostre interdipendenze.
Dal 28 marzo 2026, gli Houthi yemeniti alleati di Teheran hanno lanciato missili verso Israele e tenuto le dita sul grilletto dello stretto, trasformando una rotta commerciale in un'arma geopolitica . Il conteggio delle ferite d'acciaio recita: centosettantotto navi colpite, quattro inabissate, i transiti crollati del cinquantadue per cento . Gli Stati Uniti, la Francia, il Giappone hanno eretto basi su entrambe le sponde, come sentinelle di un ordine che vacilla . Ma le basi sono pietre ferme in un mare di correnti mutevoli. Gli attori non statali non occupano lo stretto: lo minacciano. E nella geopolitica contemporanea, la minaccia strutturale vale quanto il controllo fisico.
Lo stretto si trova all'estremità settentrionale della Rift Valley africana, dove la geologia si fa destino . Dopo l'apertura di Suez, è diventato il collo di bottiglia del commercio globale: nel 2018 lo hanno attraversato trentamila navi . Oggi, mentre le tariffe di trasporto sono raddoppiate e le rotte si allungano verso il Capo di Buona Speranza, i flussi non si fermano: si riorganizzano. Il petrolio russo continua a passare, le sanzioni si rivelano geografie selettive, e il nomos della terra si trasforma silenziosamente nel nomos del passaggio .
Ma se il potere sta nel dire "no" al transito, cosa accade quando il transito non è più negato, ma abbandonato a se stesso? Cosa resta del controllo quando la nave smette di rispondere?
II. La deriva della Metagaz: L'eterotopia senza ritorno
Michel Foucault, in una conferenza del 1967, individuò nella nave l'eterotopia per eccellenza: "un pezzo di spazio fluttuante, un luogo senza luogo, che vive da sé, è chiuso in sé e al tempo stesso è abbandonato all'infinito del mare. Va da porto a porto, da colonia a colonia..." . L'eterotopia è uno spazio altro, uno specchio che riflette la società mentre la contesta. Ma cosa succede quando lo specchio si incrina, quando la nave smette di andare da porto a porto e inizia a deriva?
La Arctic Metagaz è proprio questo: un'eterotopia che ha perso la sua funzione. Il 3 marzo 2026, un'esplosione probabilmente causata da un drone ucraino l'ha trasformata in un relitto fantasma. Oggi galleggia nel Mediterraneo centrale, trasportando gas liquefatto e nafta, senza equipaggio, senza comandi, senza padrone . Dopo settimane di incertezza, le correnti l'hanno spinta verso le acque libiche, sollevando l'ombra di un disastro ecologico che nessuno sa ancora come contenere . WWF e Greenpeace monitorano la situazione, mentre le autorità cercano una soluzione che tarda ad arrivare .
La Metagaz non è solo una nave: è il riflesso di un sistema che produce strumenti di cui non sa più cosa fare quando smettono di funzionare. Foucault osservava che "nelle civiltà senza barche, i sogni si inaridiscono, lo spionaggio prende il posto dell'avventura, e la polizia prende il posto dei pirati" . Oggi le barche ci sono, ma alcune sono fantasmi. Altre sono sorvegliate a vista. Altre ancora, paradossalmente, portano turisti a contemplare paesaggi che stanno scomparendo proprio grazie alla loro presenza. La Metagaz è l'eterotopia vuota: non porta merci, non porta persone, non porta sogni. Porta solo rischio. E in quel rischio, silenzioso e inarrestabile, si specchia la nostra illusione di controllo.
Perché se Bab el-Mandeb ci mostra la guerra del passaggio, la Metagaz ci mostra l'abbandono del passaggio. E se il passaggio viene meno, dove si dirige lo sguardo? Verso l'orizzonte che si apre, o verso quello che si chiude?
III. L'Artico: Lo spazio in-between che si scioglie
Hannah Arendt, riflettendo sulla condizione umana, parlava di uno spazio in-between: quel luogo relazionale dove gli esseri umani si incontrano, agiscono, e danno senso al mondo . Parlava anche di "alienazione dalla terra", quel progressivo distacco che trasforma il pianeta in una rete astratta di dati e flussi . L'Artico incarna entrambe le visioni: è il luogo dove il tempo si fa ciclo puro e, al tempo stesso, il luogo dove la geopolitica del futuro si sta scrivendo sul ghiaccio che si ritira.
Qui le piante completano il loro intero ciclo vitale in sei-dieci settimane, colorando la tundra di sfumature che sembrano appartenere a un altro pianeta . Qui la notte polare trasforma il paesaggio in un mondo di silenzio assoluto, di riverberi bianchi, di cieli stellati che non tramontano mai. E qui, paradossalmente, il turismo e il commercio si intrecciano in una danza contraddittoria: le navi della China-Europe Arctic Express, partite da Ningbo-Zhoushan nel settembre 2025, costeggiano la Siberia riducendo la traversata da trentacinque a diciotto giorni, tagliando del cinquanta per cento le emissioni rispetto a Suez . La prima nave ha già completato sette viaggi di esportazione e sette di importazione, trasportando diciassettemilacinquecento container attraverso una rotta multimodale che collega Mosca, Arkhangelsk e la Cina .
Ma c'è un paradosso che non si può ignorare: si va al Nord per ammirare la bellezza di un mondo che sta scomparendo proprio perché il riscaldamento globale lo sta rendendo accessibile. Le accoglienti dacie russe offrono riparo dal freddo, mentre i visitatori cercano di "comprendere il tempo" vivendo giornate senza sole o notti senza buio . Ogni nave che passa accelera lo scioglimento; ogni turista che arriva testimonia la perdita. L'Artico non è più una frontiera da conquistare, ma uno spazio in-between da abitare con responsabilità, un luogo dove l'accesso e la vulnerabilità sono due facce della stessa medaglia.
Arendt ci insegnerebbe a chiederci: quale politica è possibile in un luogo che si trasforma sotto i piedi? Quale azione concertata può nascere quando il terreno stesso non è più solido? La risposta, forse, sta nel riconoscere che non siamo padroni dello spazio, ma suoi ospiti. E che ogni soglia che attraversiamo ci cambia, anche quando crediamo di essere solo di passaggio.
IV. Il triangolo sospeso: Tre filosofi, un solo mare
Ora i tre fili si annodano, non come linee separate, ma come correnti nello stesso bacino. Schmitt ci ricorda che il potere nasce dalla misura dello spazio, ma oggi la misura si è spostata dalla terraferma ai varchi marittimi . Arendt ci avverte che la nostra condizione è sempre relazionale, sempre sospesa tra ciò che lasciamo e ciò che ancora non conosciamo . Foucault ci mostra che la nave è lo specchio della civiltà: quando funziona, rivela il commercio; quando minaccia, rivela la paura; quando deriva, rivela il vuoto .
Tre lenti. Una sola realtà frantumata. Bab el-Mandeb ci dice chi comanda i flussi. La Metagaz ci dice cosa succede quando i flussi si interrompono e il controllo svanisce. L'Artico ci dice che il futuro non si conquista, si attraversa. E in ogni attraversamento, c'è una scelta: vedere il mare come una strada da dominare, o come un corpo da rispettare.
Epilogo: Le tre lacrime
Torniamo al nome Bab el-Mandeb: Porta delle Lacrime. Gli antichi piangevano per i naufragi. Oggi le lacrime sono altre, e sono tre.
La prima è quella dello stretto: il pianto di chi sa che milioni di barili possono essere bloccati da un missile, da una minaccia, da un attore che tiene in scacco il mondo senza possedere un metro di costa. La seconda è quella della Metagaz: il pianto silenzioso di un mare che potrebbe essere avvelenato, di una costa che aspetta un disastro annunciato, di un sistema che produce relitti e non sa come raccoglierli. La terza è quella dell'Artico: il pianto paradossale della bellezza che si scioglie, della notte polare che si accorcia, del ciclo vegetale che accelera perché il pianeta respira affannosamente .
Tre lacrime. Tre ferite. Un solo oceano.
Bab el-Mandeb ci ricorda che la globalizzazione è una rete di nodi fragili. La Metagaz ci dice che il rischio ecologico non ha bandiera. L'Artico che si apre è la vulnerabilità strutturale: il clima cambia, le rotte si spostano, gli equilibri si ridefiniscono. E noi, in mezzo, con le nostre navi eterotopiche, con i nostri stretti sorvegliati, con i nostri ghiacci che si ritirano.
"Il nomos della terra è diventato il nomos del passaggio. E nel passaggio, l'uomo ritrova la sua condizione più antica: essere ospite, non padrone; navigante, non proprietario; fragile, non eterno."
Foucault scriveva che la nave va da porto a porto. Oggi le nostre navi vanno da crisi a crisi, da emergenza a emergenza, da soglia a soglia. E mentre il mare continua a respirare, mentre il ghiaccio continua a sciogliersi, mentre lo stretto continua a trattenere il fiato, una domanda resta sospesa nell'aria salmastra, leggera e pesante come una promessa:
Quale di queste soglie attraverseremo per primi?
E quando l'avremo attraversata, ci ricorderemo che il mare non ci appartiene? O continueremo a credere che basti una rotta, una base, una nave, a tenere insieme il mondo?
E quando l'avremo attraversata, ci ricorderemo che il mare non ci appartiene? O continueremo a credere che basti una rotta, una base, una nave, a tenere insieme il mondo?
Marco Monguzzi
Analista geopolitico e di comunicazione industriale
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